Rosa Panaro

Vita difficile di una donna artista e napoletana. Un tuffo negli anni di fuoco... di promesse non mantenute - di Rosa Panaro

Conclusi l’Accademia di Belle Arti (scultura) sul finire degli anni ‘50, quando già i rapporti gerarchici venivano spazzati via dalla forte tensione dell’onda della contestazione artistica. Furono anni di suggestioni molteplici di tensione creativa, di fermento e di rinnovamento in cui assorbimmo nuovi linguaggi e una presa di coscienza allacciati a situazioni internazionali grazie all’insegnamento “antiaccademico” dei nostri Maestri A. Venditti, D. Spinosa, N. Colucci, M. Napoli, F. Bologna (mi viene in mente Anna Caputi e la magnolia nel giardino). Proseguimmo il nostro cammino sviluppando ricerche e sperimentazioni nel clima dei numerosi avvenimenti destinati a svecchiare l’ambiente artistico. Furono anni di vivacissima e straordinaria vivacità operativa, confortati da riviste sperimentali e movimenti artistici ad esse collegati.
Con un ricevimento-performance convolai a nozze con Stefanucci, nella Cappella Sansevero, con l’orchestra Jazz di M. Cennamo sull’altare. Nel 1961 Alfredo era appena nato, quando ripetemmo la performance con una personale nella Galleria Chiurazzi in via Calabritto, (oggi Croft, sic!). La mostra ebbe successo di critica e pubblico, ma non piacque ai nostri compagni artisti. Non era mai accaduto che un marito tollerasse una moglie artista! Poi arrivò Antonella e tra insegnamento, casa, lavoro (mai lasciato) mi rimaneva poco tempo per il presenzialismo. Date le conventicole e le chiusure, dopo qualche anno mi resi conto di essere stata “artisticamente” isolata. Qualche invito mi veniva di tanto in tanto da Caruso, Linea Sud. Affinai il mio spirito combattivo e ripresi ad “uscire”. Alle mostre, al sindacato, alle manifestazioni, nelle fabbriche per lavorare la plastica, portavo anche i miei figli. Le iniziative proseguivano feconde di programmi contrapposti ad intensi dibattiti di idee e proposte. Fra le più significative una serie di incontri e mostre del tutto sganciate dai provincialismi locali organizzati dalla libreria Guida a Port’Alba.
Intanto parte dei nostri compagni di strada G. Biasi, L. Del Pezzo, A. B. Oliva, E. D. Bello, ecc., “stanchi delle fatiche volontaristiche, preferirono emigrare in luoghi meno ingrati”. Il dibattito proseguì mediante la corrispondenza tra riviste, spesso anche con polemiche, tipo una lettera di Biasi su “Linea Sud” dal titolo “Chi sì tu e chi songh’io”. In questo titolo è concentrato il clima dialettico del mondo dell’arte.
Verso la metà degli anni ‘60, con la venuta di F. Menna la “Mattino”, l’atmosfera divenne più rovente. Incontri e dibattiti, (Luca, Persico, Bugli, Alfano, Causa) si susseguivano soprattutto per la costituzione della Galleria d’Arte Contemporanea, problema tuttora irrisolto. “Dalle ricche miniere dell’arte napoletana vengono suggestioni molteplici di tensione creativa con l’intreccio di un tessuto specifico di cultura artistica e ricercatezza del linguaggio che nasce da una molteplicità di situazioni personali. Nonostante ciò gli artisti napoletani sono sempre esclusi dalle manifestazioni ufficiali della loro città (terremotus) fatta eccezione dei pochi nomi su cui non è possibile tacere o dei sempre presenti transavanguardisti “ (Crispolti, Napoli ‘82).
Stefanucci secondo Eco esce dalla cripta combattendo su due fronti, teatro e pittura. Nasce al Modern Art Agency di Lucio Amelio. Più tardi Trimarco segnalerà la posizione dell’ed. Rumma di Salerno. C. Ruju ci invita ad Arpino per una mostra dove conosciamo Crispolti, Di Genova, Barilli e Caramel, che ci invitano a Prospettive 3, Stefanucci, Prospettive 4, Panaro (sempre dopo! O mai! A questo proposito mi viene da puntualizzare che nelle Accademie di Belle Arti nessuna donna insegnava materie artistiche. - La storia dell’arte e le assistenti sono altra cosa. - A tutt’oggi le maestre artiste titolari di cattedre si contano sulla punta delle dita - e a Napoli? - Mentre la tante altre sono ex assistenti prese da titolari compiacenti passate di ruolo per legge). Nel ‘66, per uscire dal solco tracciato dalla presenza maschile dei movimenti operatori singoli, di gruppo, di riviste sperimentali, mi aggrego con M. Balastresi, M. Ciardiello per organizzare alla Casina Pompeiana la mostra “Donne e Ricerche nell’Arte oggi”. L. Vergine, già personaggio emergente, non vide mai quella mostra, perché partì per Venezia alla Biennale e mai più ritornò (e mai più ci cacò).
Dalle opere delle artiste traspariva la presa di coscienza, la multiforme possibilità espressiva, l’evidente trasformazione, lo sforzo per conciliare l’impegno politico sociale, la pratica del quotidiano con l’operazione estetica. Immagini di ritorsioni, sopruso, furore, esperienze negative ignorate, stravolte, sotterrate, espropriate, riproposte attraverso operazioni alchemiche provenienti da una memoria cancellata. La mia ricerca puntava sulla problematica femminile sul tema dell’Immanenza (Donna) e della Trascendenza (Uomo).
Dopo verranno le lische, i pesci, le cozze, la semina dei melograni, la vendita dei pomodori, gli interventi nel sociale da sola o con altre donne, la Grande Madre, Lilith, Eva Partenope, ecc.. Ma di questo ed altro parleremo se si presenterà l’occasione, se l’ottusaggine dei politici, gli interessi di parte delle fondazioni, dei privati non orienteranno troppo le istituzioni con fenomeni colonizzanti, di cancellazione, che ancora oggi stiamo vivendo come in un incubo ( vedi in questi giorni gli “Stendardi” a piazza del Plebiscito, o “l’informazione” di un quotidiano come la “Repubblica”, che, pur di non scrivere d’arte, è diventato una guida turistica).

 

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